Sei anni dopo il Covid, l’Oms avverte: il mondo è più preparato, ma i progressi sono fragili. Dal virus Nipah all’influenza D, cosa sta accadendo.
A sei anni dall’inizio della pandemia di Covid-19, la parola “preparazione” non è più uno slogan. È diventata una misura concreta, fatta di laboratori potenziati, reti di sorveglianza più rapide, tecnologie che nel 2020 erano sperimentali e oggi sono prassi. Eppure, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, l’equilibrio resta delicato. Il mondo appare più attrezzato per intercettare e contenere una nuova pandemia, ma i progressi compiuti non sono irreversibili.

Le piattaforme a mRNA rappresentano forse il simbolo più evidente di questo salto in avanti. Nate e consolidate durante l’emergenza Covid, hanno aperto prospettive in altri ambiti terapeutici, inclusi i vaccini anti-cancro. In parallelo, molti Paesi hanno rafforzato i sistemi di sorveglianza epidemiologica, migliorando la capacità di individuare rapidamente nuovi focolai. Ma la cornice internazionale è cambiata. L’instabilità geopolitica, con la guerra in Ucraina al centro, ha spostato risorse e priorità verso la difesa. E quando i bilanci si riallocano, la sanità pubblica rischia di essere la prima voce a perdere peso.
È in questo contesto che si inserisce l’attenzione verso il virus Nipah, tornato al centro delle cronache dopo alcuni casi segnalati tra operatori sanitari in India. Non si tratta di un patogeno nuovo. Da oltre vent’anni vengono registrati contagi sporadici in Asia meridionale e sud-orientale. Trasportato dai pipistrelli della frutta, il Nipah è noto soprattutto per l’alta letalità e per l’assenza di vaccini o terapie specifiche. L’Oms continua a definire basso il rischio globale, ma sottolinea la necessità di un monitoraggio rigoroso dei focolai.
Non solo Nipah: gli agenti che dovrebbero preoccuparci
Il punto, però, non è limitarsi a un solo nome. Un lavoro pubblicato sulla rivista Emerging Infectious Diseases ha ricostruito la storia clinica di cinque pazienti ricoverati in Bangladesh tra il 2022 e il 2023 con sintomi compatibili con il Nipah. I test iniziali avevano escluso quel virus. Solo analisi successive hanno identificato un altro agente: il Pteropine Orthoreovirus, anch’esso associato ai pipistrelli e già descritto nel Sud-est asiatico. Secondo gli autori, quei casi potrebbero rappresentare soltanto una parte di un fenomeno più ampio, rimasto sotto traccia.
Lo stesso numero della rivista ha acceso i riflettori su altri due virus. L’influenza D, isolata inizialmente nei suini e oggi con serbatoio principale nei bovini, non è mai stata identificata in modo certo nell’uomo. Tuttavia, la presenza di anticorpi specifici in lavoratori zootecnici indica un’esposizione pregressa. Un segnale che non equivale a trasmissione sostenuta, ma che merita attenzione.
Il coronavirus canino, in una forma ricombinante con una componente felina, è stato invece isolato nell’uomo. Il primo caso risale al 2021, in un bambino in Malesia; successivamente sono state riportate altre identificazioni nel Sud-est asiatico e negli Stati Uniti. Al momento non esiste evidenza di una diffusione ampia tra persone. La questione è un’altra: la capacità dei virus di mutare e adattarsi.
L’Oms è netta: “Il mondo è meglio preparato perché sono stati fatti passi significativi e concreti per rafforzare la preparazione”. Ma aggiunge che “i progressi compiuti sono fragili” e che i finanziamenti stanno progressivamente spostandosi dalla salute verso la difesa e la sicurezza nazionale, mettendo a rischio proprio quei sistemi potenziati dopo il 2020.
La lezione del Covid non è solo scientifica. È strutturale. I virus emergenti non si annunciano con largo anticipo, né seguono agende politiche. La vera differenza la fanno i sistemi che li intercettano prima che diventino crisi globali. E quei sistemi funzionano solo se restano una priorità, anche quando l’emergenza sembra lontana.





